
Messicani fuggono via treno[/caption]
I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e divenuti potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali. Le promesse fatte da Trump, circa un sistema di dazi e neo-protezionismo rispetto al Messico, abrogando il trattato del Nafta, rischia di produrre conseguenze disastrose sull'economia del Messico, un paese di 122 miioni di abitanti, oltre ai 15 milioni di messicani espatriati negli USA.
Il trattato imposto da Washington è andato ad esclusivo vantaggio delle grandi multinazionali USA che, nei primi anni '80 hanno trasferito parte di stabilimenti in Messico creando le famose "maquilladoras" ( aziende di assemblamento ) che non hanno lasciato valore aggiunto, salvo poi molte di queste, spostarsi nella corsa verso l'Asia, più a buon mercato per le delocalizzazioni ed il costo del lavoro. Nel Messico è rimasta in piedi una economia che dipende per il 75% per le esportazioni verso gli USA e, in buona parte, per le rimesse degli emigranti. Il Messico, con la nuova politica protezionista decisa da Trump, rischia l'implosione e la stabilità, una bomba ad orologeria sotto i confini degli USA: un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, che perderebbe il suo polmone di esportazioni ed il sogno di una fuga oltre il Rio Grande.
Le grandi multinazionali del cibo, sono quelle che a suo tempo hanno spinto per il NAFTA e sono le stesse il cui assetto azionario è detenuto dalle grandi banche di Wall Street, in un intreccio fra capitale industriale e capitale finanziario che costituisce una delle principali lobby che determinano la politica di Washington.
Il Messico risulta essere quindi un esempio classico (da manuale) dei danni prodotti dalla globalizzazione economica da cui risulta anche difficile tornare indietro.
Nei primi giorni del suo mandato Trump ha firmato due decreti esecutivi sulla sicurezza dei confini e l’immigrazione che ordinano il completamento di un muro tra Stati Uniti e Messico (quello iniziato da Clinton) e la deportazione di massa degli immigranti illegali dagli Stati Uniti.
Trump non ha voluto tenere in conto gli ammonimenti fatti dal suo stesso ministro, quello per la Homeland Security, il Gen. John Kelly, il quale aveva avvertito il 10 gennaio, durante le audizioni per la conferma della sua nomina, che nessun muro potrà fermerà l’immigrazione illegale per via “degli incredibili profitti che arrivano nel nostro paese a causa del consumo di droga.” L'ex Gen. Kelly, che era stato a capo del Comando Meridionale degli Stati Uniti, aveva ribadito più volte che la vera minaccia alla sicurezza nazionale sono gli orrendi livelli di consumo di droga negli Stati Uniti, peggiorati dalla legalizzazione in molti stati.
Quello rappresenta il vero pericolo e non certo la povera gente messicana, famiglie e bambini, che fuggono dalla distruzione delle loro comunità e dalla violenza dei cartelli della droga. L'intreccio tra i cartelli della droga, le grandi multinazionali, la CIA, le banche di Wall Street è un fatto dimostrato da numerose inchieste fatte da esperti (non a libro paga dei media ufficiali) ricercatori autonomi negli USA. Vedi: Il Messsico ostaggio dei narcos - La CIA ed il traffico internazionale di droga....
La vera azione efficace per sgominare questi traffici sarebbe quella di sbattere in galera i banchieri corrotti, i trafficanti colegati con le autorità, i politici corrotti ed i responsabili militari coinvolti nel traffico della droga e riconvertire l'economia messicana favorendo le culture locali e le necessità delle comunità agricole.
Se un muro deve essere edificato, quello dovrebbe essere costruito intorno ai banchieri di Wall Street, il vero cancro che attanaglia l'economia e la società nordamericana.
.Fonte: http://www.controinformazione.info/lunico-muro-che-dovrebbe-edificare-trump-e-quello-intorno-ai-megaspeculatori-di-wall-street-che-hanno-ridotto-gli-usa-ad-un-paese-da-terzo-mondo/
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